Dale Mulholland, cortina di ferro

La guerra fredda, confronto mondiale tra Stati Uniti e Unione Sovietica iniziato nel secondo dopoguerra, ha condizionato generazioni di tutto il mondo, soprattutto quelle dei paesi coinvolti. La fine delle ostilità viene convenzionalmente fatta coincidere con la caduta del muro di Berlino il 9 novembre 1989. Tre anni prima, Dale Mulholland [1], acerbo e discreto centrocampista ventiduenne, anticipò ogni tentativo d’integrazione tra i due paesi e si pose come obbiettivo di giocare nella Vysšaja Liga, l’allora massima serie sovietica:

«L’idea mi venne nel 1986, guardando alla televisione una trasmissione con Armand Hammer. Costui raccontò del nuovo presidente Gorbačëv, e disse che da allora tra i due paesi ci sarebbero state meno inimicizia e sospetto (…) Per noi giovani americani si trattava di uno choc culturale. Eravamo cresciuti nella certezza che i russi da un momento all’altro avrebbero potuto farci saltare per aria con la bomba atomica. (…) Credevamo a tutta quella propaganda di merda che ci facevano ingoiare. Insomma, appena l’Unione Sovietica cessò di essere il nostro mortale nemico, mi venne subito l’idea: Perché non fare uno scambio di calciatori?»

Dopo due tentativi, il primo dalla distanza e il secondo di persona in occasione delle Olimpiadi a Seul, con l’allora vicepresidente del Goskomsport Vjačeslav Gavrilin, Mulholland riuscì – questa volta nella sua Seattle – ad ottenere il biglietto d’ingresso per l’URSS:

«Gavrilin venne a Seattle per organizzare i Goodwill Games. Non potevo credere di avere avuto una tale fortuna! E durante questo secondo incontro mi disse che era il momento giusto, potevo andare in URSS. (…) Gavrilin voleva mandarmi da qualche parte in Ucraina, ma io non volli andare fuori da Mosca, avevo paura. Il Lokomotiv mi era andato subito a genio, perché era l’unico nome di club che riuscivo a capire. (…) Mi allenai un giorno con la squadra e decisero di tesserarmi».

Passato il provino, l’ultimo ostacolo da superare era il contratto. Senza esitare l’americano accettò molto volentieri i 3 mila e 500 rubli al mese pattuiti e diventò ufficialmente un giocatore – il primo a stelle e strisce – della Lokomotiv Mosca.[2] Da subito il centrocampista divenne un fenomeno mediatico, tutta la stampa sovietica voleva intervistalo:

«Per me venivano sempre un sacco di giornalisti, un’intervista dopo l’altra. Il povero Sëmin cercava di mandare avanti gli allenamenti, ma i giornalisti lo interrompevano in continuazione per chiedergli di intervistarmi. Io trascinavo davanti alle telecamere anche qualche compagno, temevo che si offendessero!».

Il fenomeno Mulholland in terra russa durò però appena una stagione. L’americano lasciò la squadra per ritornare nel suo continente:

«Passai sei mesi alla ricerca di un altro posto dove andare. Il Lokomotiv andò in tournée in America, e là ricevetti una proposta dalla squadra di Miami, e l’accettai (…) Adesso mi dispiace di essere fuggito così in fretta. In Russia avrei potuto imparare molto».

Fonti:
Futbolstrojka, il calcio sovietico negli anni della perestrojka, Socialmente, R. Lupi e M. A. Curletto
[1] http://en.wikipedia.org/wiki/Dale_Mulholland
[2] http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1990/03/04/calciatore-americano-emigra-in-urss.html

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